IL PIEDE PIATTO DEL BAMBINO

Dr. Matteo Pennisi

 

Uno dei motivi più frequenti di consultazione specialistica è rappresentato dal risveglio dell’attenzione dei genitori verso la presenza di una deformazione del piede del bambino, il più delle volte  in piattismo, condizione questa  che crea spesso inquietudine e preoccupazione.

Va ricordato che il piede del bambino dalla nascita e durante tutta la crescita va normalmente incontro ad una serie di modificazioni fisiologiche che devono essere distinte dai quadri patologici al fine  di evitare trattamenti incongrui o eccessivi; d’altro canto il riconoscimento precoce della comparsa di anomalie della crescita permette interventi meno invasivi e più efficaci.

Alla nascita il piede si presenta fisiologicamente piatto, e tale resta fino all’incirca l’età di tre-cinque anni, periodo durante il quale il bambino va alla ricerca e conquista della sua verticalizzazione. E’ altresì presente alla nascita un modico varismo delle ginocchia che progressivamente si andrà trasformando in valgismo definitivo.

Il piede nasce quindi piatto, anche per la presenza di un abbondante cuscinetto adiposo plantare, e normalmente percorre un cammino fisiologico che lo porterà alla definitiva formazione dell’arco plantare e che nel caso di normale svolgimento va semplicemente controllato ed assecondato.

Perché ciò succeda  il piede deve potere apprendere progressivamente la sua nuova funzione ed esercitare la  muscolatura cavizzante, ma per poter fare ciò ha bisogno di ricevere stimoli sufficienti e di potere contare su  una discreta libertà di movimento che gli consenta di “allenare” la sua muscolatura. In questa fase è molto importante l’acquisizione di stimoli esterocettivi, infatti nei primissimi anni di vita le capacità sensoriali del piede sono esaltate e per il suo normale sviluppo il piede ha bisogno che non gli vengano negati questi stimoli, da qui l’utilizzo di calzature che lascino la più ampia possibilità di movimento e che non nascondano gli stimoli sensoriali. E’ consigliabile in prima fase utlizzare solo calze o calzature molto morbide. E’ proprio per migliorare le capacità di apprendimento e di mobilità che viene consigliato che il bimbo cammini a piedi nudi d’estate sulla sabbia o su terreno accidentato, in modo di consentire al piede di potere adattarsi al terreno morbido e vario “mordendo la sabbia” od adattandosi e reagendo a superfici sconnesse svolgendo la funzione per la quale si è evoluto e permettendo così l’acquisizione di stimoli sensoriali e l’esercizio della muscolatura per potere conquistare la corretta funzione e morfologia.

Purtroppo spesso alcuni bambini vengono messi in condizione fin dai primi mesi di cammino di  indossare calzature rigide costruite su uno standard morfologico medio e pesanti rispetto alla delicata struttura del piede, con l’errata convinzione di dare a questo un sostegno adeguato e corretto;  con queste calzature essi affrontano un mondo, dalla casa alla strada, tendenzialmente completamente piatto; in tal modo il piede è impedito ad elaborare informazioni sensoriali destinate ad aiutare la conquista del controllo della verticalizzazione e del passo, e ad allenare la sua muscolatura, che resta così quasi inutilizzata e costretta entro limiti angusti per il quale il piede stesso potenzialmente non è nato. Mai fare indossare al bambino le scarpe prima che incominci a camminare, il piede ha bisogno di ricevere stimoli e di muoversi il più liberamente possibile.E’ bene quindi che non vengano utilizzate calzature fino a che il bambino non abbia cominciato a camminare con sicurezza; verranno utilizzate calze o calzature molto morbide senza suola rigida cosiddette di  “camoscio” con pura funzione di rivestimento.

La prima scarpa, da indossare quando il bambino incomincia a camminare (mai prima del compimento del primo anno di vita) non dovrebbe avere nella parte superiore  punta o contrafforte né alcun tipo di rinforzo, dovrebbe essere realizzata in materiale molto morbido, preferibilmente in pelle di qualità, mai in materiale plastico o gomma, la suola non dovrà essere dura. La parte inferiore della scarpa a contatto del suolo è preferibile che sia della stessa pelle della parte superiore.Con queste scarpe il piede sarà sufficientemente protetto e la sensibilità ed ampiezza di movimento saranno  rispettate.

Al momento dell’acquisizione del cammino regolare (2-3 anni di età) è conveniente che il bambino sia provvisto di calzature soltanto dotate  di un buon forte solido interno, sufficientemente comode a livello dell’avampiede e rigide alla suola quanto basta per consentire il sostegno ed un movimento quanto più fisiologico possibile, non troppo alte o rigide per consentire all’articolazione tibio-tarsica di poter svolgere liberamente la completa escursione articolare. La punta deve essere abbastanza ampia in modo da accogliere senza comprimerle tra loro le dita del piede  ed alta sufficientemente da permettere l’estensione dell’alluce che si verifica all’inizio della marcia e la flessione delle dita;  va controllato un eventuale eccesso ponderale che può favorire un affossamento della volta plantare ed influire negativamente sul corretto allineamento dell’asse del ginocchio. La semplice pressione della mano deve essere  sufficiente a piegare la parte anteriore della scarpa a 90 gradi.

Dopo i tre-quattro anni, in caso di accertata mancata formazione della volta plantare, sarà possibile adottare una terapia conservativa per  i piedi affetti da piattismo  consigliando l’utilizzo di adatte  calzature e di eventuali plantari correttivi, tenendo presente anche l’eventuale presenza di patologie associate come il ginocchio valgo o varo, una marcia a punte in dentro etc., in modo da sviluppare un programma terapeutico e riabilitativo completo. Un piede piatto modico con buona  formazione dell’arco plantare sulle punte e  varizzazione del retropiede, una corretta mobilità articolare, assenza di dolore e di impaccio funzionale, un’altezza dello scafoide tarsale nella norma, va considerato come espressione di una deformità “benigna” solo morfologica,   non comportante danni di tipo strutturale del piede e necessitante quindi soltanto di un trattamento “dolce” e meno invasivo possibile.

E’ da attenzionare invece un piede piatto “fisso” non riducibile, perché in questo caso potrebbe essere presente una sinostosi sottoastragalica congenita con fusione ossea di alcune componenti scheletriche.

Nella maggior parte dei casi quindi il piede piatto non rappresenta una grave patologia, basti ricordare che, come riportato da Dimeglio, un grandissimo campione del calcio come Pelè, affetto da piedi piatti non ha certo risentito di tale alterazione, ed i suoi avversari ne sanno qualcosa!

E’ quindi molto importante che venga effettuata una corretta e completa analisi clinica, comprendente una precisa descrizione della morfologia e funzionalità del piede e l’esecuzione dei test funzionali necessari a distinguere le diverse gravità di piede piatto ai fini di una prognosi e della scelta delle opzioni terapeutiche.

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Test sulle punte (Tip Toe Test)

Sono disponibili diversi tipi di ortesi adatte alle varie esigenze e devono essere prescritte tenendo in considerazione la specificità del singolo oggetto e gli obiettivi da raggiungere. L’ortesi plantare non è la panacea per il piede piatto in grado di assicurare sempre un recupero della volta plantare,  ma asseconda i movimenti corretti del piede inducendo un “allenamento” fisiologico, genera uno stimolo sensoriale positivo, permette un corretto allineamento dell’arto inferiore favorendo così una crescita più equilibrata e contrastando alcune possibili deformità acquisite o progressive come lo strabismo rotuleo o l’ipervalgismo o l’alterata torsione tibiale.

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Image011Al trattamento oretesico va sempre associata una terapia riabilitativa adatta per età del piccolo paziente, in quanto l’obiettivo finale è l’autoapprendimento da parte del piede di una corretta funzionalità ed il raggiungimento di una morfologia accettabile per il cui mantenimento non sia poi necessario l’utilizzo di ortesi. Il trattamento riabilitativo inoltre avrà il compito di cercare di evitare l’irrigidimento del piede, causa di dolore, di contrastare le retrazioni tendinee, il rinforzo della muscolatura cavizzante, l’acquisizione di un corretto sviluppo del passo.

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Dopo gli otto anni circa di età  in caso di fallimento della terapia ortesica e riabilitativa  ed in presenza di un piede piatto grave non riducibile, viene posta indicazione chirurgica  http://www.chirurgiapiede-caravaggio.it , che resta quindi nonostante tutto un evento percentualmente poco frequente rispetto al gran numero di piedi piatti di grado lieve comunemente riscontrabili. Le caratteristiche che possono spingere alla diagnosi di piede piatto grave con indicazione chirurgica sono rappresentate principalmente dalla perdita di possibilità  di formazione dell’arco plantare, da una eventuale ipertonia dei muscoli peronieri, la retrazione del tendine d’achille, l’assenza del movimento di prono-supinazione, una divergenza astragalo-calcaneare eccessiva, la associata presenza di dolore ed invalidità funzionale.

Il trattamento del piede piatto deve quindi tenere presente la storia naturale della deformità ed i vari e complessi aspetti riguardanti l’indicazione all’eventuale trattamento ortesico e riabilitativo, in modo da selezionare al più presto quelle tipologie di piede che necessitano  del trattamento incruento o di quello chirurgico,   in modo da evitare eccessive medicalizzazioni ed impatti negativi , anche a livello della psiche del bambino, così delicata e vulnerabile  nel periodo di accrescimento.

L’autore non si assume responsabilità per danni a terzi derivanti da uso improprio o illegale delle informazioni riportate.

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